ETIMOLOGIA E STORIA DEI NÂGA
Piccole ricerche di Pier Antonio Morniroli, Giovanna Piana & Max Di Palma

Raja Nagini


NÂGA
(Pier Antonio Morniroli tratto da lista Dharma)

I nâga sono genî-serpenti dal grande cappuccio con una o più teste; a volte semplici genî del luogo che si vedono raffigurati nei villaggi su piccole lastre di pietra scolpite, altre volte con ruoli più importanti sia nel bene come nel male, visto che alcuni di essi sono malvagi ed altri no. Poiché, come i comuni serpenti di cui sono i leggendari progenitori, periodicamente mutano pelle, sono simbolo generico di rinascita.
Generati dal rishi Kashyapa e da Kadru abitano il mondo sotterraneo o subacqueo di Pâtâla la cui splendida e preziosa capitale Bhogavati (Abbondante di godimenti) è costruita con favolose pietre preziose.
Custodiscono ricchezze sotterranee e sottomarine, e, poiché sono in grado di assumere forma umana, vengono a volte considerati detentori di insegnamenti segreti ed iniziatori di sette più o meno occulte, ed anche capostipiti di dinastie regali. Naturalmente vi sono delle nâginî, alcune delle quali, piene di irresistibile fascino, non di rado hanno avuto rapporti con esseri umani: si veda il caso della nâginî Ulûpî con Arjuna.
Essi hanno la lingua forcuta perché, quando il loro fratellastro Garuda portò loro l’amrita per riscattare la libertà di sua madre Vinatâ, prima che egli riuscisse con l’inganno a farla ricuperare da Indra al quale l’aveva prima sottratta, alcune gocce della bevanda degli immortali caddero su uno strato di taglientissima erba kusha ed essi, cercando di leccarle
avidamente, se la tagliarono in due. A causa di quel contatto con l’amrita anche l’erba kusha è considerata sacra.
Il più importante di essi è Ananta, il Senza fine, (o Shesa, Fine, Rimanenza) dall’enorme cappuccio da cobra ornato di ben mille teste, sul quale, alla fine di ogni kalpa diurno, giace assopito, galleggiando sulle acque cosmiche, Visnu (Anantashâyin) dal cui ombelico spunta un loto sul quale si trova Brahmâ. Poiché la shakti, la potenza personificata di Visnu,
ha anche il nome di Padmâ, Loto, si vuole forse alludere al fatto che Brahmâ nasce dal potere di Visnu. Secondo alcune fonti Balarâma, compagno inseparabile di Krisna, è un’incarnazione di Shesa il quale, uscendogli dalla bocca, ne segnò la fine.
Un altro noto nâga è Vâsukî che fece da corda nel famoso Frullamento dell’Oceano di Latte, e che orna di solito, a mo’ di vivente ghirlanda, il collo di Shiva.
Famosissimo è anche Kâliya il re-nâga che imperversava nel fiume Kalindi (Yamunâ) disturbando uomini ed animali. Egli fu sottomesso da Krisna che lo domò danzandogli furiosamente sul cappuccio, così come si vede spesso raffigurato nell’arte indiana.
Tanto nella tradizione induista come in quella buddhista le immagini dei nâga sono spesso presenti all’ingresso di luoghi sacri dove fungono da dvârapâla, custodi degli ingressi.
Nel buddhismo sono perloppiù favorevoli alla Legge, al Dharma. Un nâga di nome Kâla mostra rispetto per Gautama ancor prima che questi consegua il Risveglio, intuendo la grandezza dell’uomo e l’imminenza dell’evento.
Altro nâga famoso, molto raffigurato nell’arte della Cambogia e della Thailandia, è Mucalinda. Sette giorni dopo aver conseguito il Risveglio sotto l’albero Bo, Gautama si trasferisce sotto il Baniano del Capraio (o Fico dei Caprai, ajapâla-nigrodha) e, di sette in sette giorni, sosta sotto altri due alberi ed infine sotto l’albero di Mucalinda. Immerso nella contemplazione della verità non può avvedersi del sopraggiungere d’un uragano che invece allarma il nâga il quale circonda delicatamente, ma adeguatamente, con sette volute del suo possente corpo serpentino, il corpo del Tathâgata e lo ripara ulteriormente con l’enorme cappuccio dalla furia degli elementi. Al termine si trasforma, com’era in suo potere, in un giovane uomo e prende rifugio, primo degli animali, nel Buddha e nel Dhamma.
Il leggendario Nâgârjuna, fondatore della scuola dei Seguaci della Via di Mezzo (Mâdyamika), si dice abbia avuto dai nâga gli insegnamenti sino ad allora segreti che essi avrebbero ricevuto a suo tempo dal Buddha stesso affinché li conservassero per un epoca in cui essi avrebbero potuto finalmente essere compresi.
Un nâga ostile è quello di Uruvilvâ che abita la casa data in uso a Gautama dal brâhmano Kâshyapa. L’anonimo nâga soffiando veleno misto a fiamme e fumo - come un nostro tipico drago - sfida il Perfetto che, senza nuocergli, lo doma, ne riduce le dimensioni e lo sistema nella ciotola con cui Egli elemosina il cibo.
Curiosamente anche gli elefanti sacri che un tempo, muniti di ali, producevano nubi e volavano insieme ad esse (come i draghi cinesi), e che ancora - si dice - hanno il potere di attrarle affinché rilascino la pioggia fecondatrice sulle terre assetate, portando il benessere alle comunità agricole, si chiamano nâga. Sarà forse per la forma serpentina della loro flessibile proboscide?
In India vi è anche un festa dedicata ai nâga ed ai serpenti in genere. Si chiama Nâgapañcamî e si svolge il 5° (pañca) giorno del mese di Shrâvan (luglio-agosto). In quel giorno ci si astiene dall’arare o zappare i campi per evitare di uccidere involontariamente un serpente o di rovinargli la tana e, specie nel sud dell’India, vengono offerti nei templi ad essi dedicati, ma anche altrove, frutti e latte di cui essi sono ghiotti. Nel Bengala, in questo giorno, si onora in modo particolare la dèa dei serpenti, Manasa.


ETIMOLOGIA DI NAGA

(Giovanna Piana & Max Di Palma)

Le parole usate per indicare l’acqua nelle varie lingue sono innumerevoli, a causa del fatto che, essendo l’acqua elemento che si presenta in varie forme, acqua dei fiumi, acqua piovana, acqua da bere, acque nere, etc., viene indicata con termini differenti nel lessico. Curiosamente nella nostra lingua invece la parola acqua rimane invariata (a parte pioggia) e viene fatta seguire dagli aggettivi (dolce, piovana, salata, etc.) per specificarne le caratteristiche. Il più antico fonema sanscrito per acqua era la sillaba NA, che indicava le acque celesti o l’oceano cosmico. Vestigia di questa derivazione sopravvivono ancora nelle nostre parole come Nave, Navigatore, Nauta, Nuoto, Nautilus, Nuvola, etc., mentre la parola latina Aqua deriva dalla radice indoeuropea Aka o Ka, che designava l’acqua sulla superficie terrestre.
Quindi, l’etimologia della parola Naga ci dice che essa è composta dal termine Na e da Ak o Ag, che in sanscrito designa un soggetto destinato a muoversi tortuosamente o un moto curvo. Una evidente derivazione è rimasta nel latino “Natrix” serpente d’acqua.
Scrive Franco Rendich nel suo libro “Gli Indoeuropei e le Acque”, dal quale sono tratte le ricerche di cui sopra:
“ I Naga nella mitologia indiana erano serpenti-demoni con viso e busto umani ed estremità inferiori da serpente. Si supponeva che abitassero sotto la terra, nella distesa di acque primordiali che si credeva la sostenessero, ed erano quindi considerati serpenti d’acqua. Il loro re era Shesha, serpente dalle mille teste, detto Ananta, “Infinito”. (Nagi è il nome di uno Spirito-serpente acquatico simbolo della società primordiale concentrata nell’oceano. Eliade, Yoga, pag.351).
Interessante è l’analisi etimologica che Rendich fa del toponimo Venezia. Alcuni anni fa lo studioso linguista si imbattè nel termine Triveni, che in sanscrito indica la località indiana, oggi Allahabad, dove confluiscono i fiumi Ganga e Jamuna e la mitica Sarasvati. Triveni è composto da Tri, il numero tre e da Veni che significa treccia, corrente fluviale. Oltre che dall’affinità fonetica-morfologica di Veni con Vene di Venezia, l’autore rimase colpito dalla perfetta corrispondenza tra l’ambiente acquatico rappresentato da Triveni e quello della laguna di Venezia, allorché in antico, vi confluivano diversi fiumi. Rendici ipotizzò quindi una derivazione del nome Venezia da un composto indoeuropeo formato da Veni e da un suffisso tipo Da (dare, offrire), Sa (acquisire, possedere), Dha (porre, fondare). Accertando che Veni deriva dalla radice Ve, tessere, intrecciare, lo studioso cercò di definire l’origine di Ni, e la trovò appunto nella sillaba Na, o meglio nella sola consonante N, che, ben prima della nascita del sanscrito, era stato il simbolo fonetico dell’elemento acqua, svelando contemporaneamente anche l’etimologia della parola Naga.
È interessante notare come le lingue germaniche, tratte in inganno dall’omofonia, in indoeuropeo, tra la parola Ka “acqua” e il pronome interrogativo Ka “chi?”, abbiano scelto erroneamente di designare l’elemento “acqua” mediante i loro pronomi interrogativi Hvas, Was e What, formando così i termini Wasser (tedesco) e Water (inglese).
Affascinate è anche la derivazione degli avverbi No e Non, invariati nel Sanscrito, che derivano appunto dal lato oscuro e impenetrabile delle Acque primordiali, immagine del Nulla.
Mentre Anima deriva dal sanscrito An respirare, formato da A, avvio e N, [del] Soffio Vitale delle Acque.
Ananda e Ananta - Gioia e Infinito
Minima è la separazione tra i due suoni. Ananta è il letto di spire serpentine su cui dorme Vishnu, navigando sulle acque. Quel letto si chiama anche Shesa, residuo, ciò che rimane del mondo precedente, dissolto, sommerso, arso: ciò da cui un giorno rinascerà un altro mondo. La sfida nascosta del Buddha era rivolta a Shesa, al residuo. Il Nirvana era il più drastico tentativo di annullarlo. Residuo significa rinascita. Eppure il Buddha si lasciò proteggere dai Naga, i remoti, sovrani Serpenti. E Ananda fu il suo Shesa. Fu il residuo che lascia la storia e permette alla storia di compiersi. La differenza introdotta dal Buddha è tutta nei due opposti comportamenti di Ananda e Gavampati. Convocato all’assemblea di Rajagrha, l’imponente Gavampati, solitario ruminatore, non accettò di scendere dal suo picco: temeva che lo chiamaseero perché già infuriavano le divergenze sulla Dottrina. Ed era vero. Ma Gavampati voleva soltanto raggiungere al più presto il Buddha nel Nirvana. Scomparve in una vampa di fuoco che eruppe dal suo petto, come gli antichi Rishi. Lasciò di sé solo il mantello e la ciotola. Un residuo muto. Questi due oggetti furono tutto ciò che avrebbe testimoniato per lui nell’assemblea. Se i monaci avessero seguito l’esempio di Gavampati, le Tre Ceste della Legge sarebbero rimaste vuote, la parola di Buddha si sarebbe dispersa. Ma anche se l’unico impuro tra i monaci, Ananda, non avesse accettato di ricordare le parole del Buddha nelle loro interezza, la Legge sarebbe rimasta mutila per sempre.
Solo per fornire alcuni ulteriori esempi di quanto il latino e l’italiano siano imparentati col sanscrito, prenderemo in esame la parola Fuoco. In sanscrito esso era definito dal termine Agni, rimasto nel latino Ignis e nel nostro Ignifugo, mentre la parola sanscrita per “bruciare” era Piro, rimasto nel nostro Pirografo, pirite, piromane, pirofila, pira, etc. Vi consiglio vivamente la lettura del libro sopraccitato, edito dalla Editoria Universitaria di Venezia nel 1998.
Le corrispondenze del sanscrito con la nostra lingua sono sorprendenti!!
Voglio dare ai buddisti un’ultima indicazione circa il nome Mara, che è stato tradotto spesso in modi molto fantasiosi, ma che non significa altro che Uccisore, derivando da Mrtyu, Morte.
Infatti il verbo sanscrito MR, morire, è diviso nella radice R che significa “raggiungere” (il limite), mentre limite stesso è espresso dalla consonante M. Questo limite poteva essere raggiunto solo dai defunti e l’antica usanza vedica consisteva nel costruire un terrapieno per delimitare il mondo dei morti da quello dei viventi. Ciò ricorda anche l’attraversamento dell’Ade nella tradizione greca, e l’usanza, presso molto popoli africani, di trasportare i morti sull’altra riva del fiume, opposta a quella sulla quale si trova il villaggio dei vivi. Tutte queste consuetudini riecheggiano nell’uso del termine “nell’al di là”, che indica genericamente il luogo dove si trovano i defunti.